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La Cupola del Brunelleschi e alcune cuorisità sul Duomo di Firenze

Aggiornato il: mag 4

Contributo di Peter Peruzzi

Quello che provo quando cammino per le vie fiorentine è perfettamente sintetizzato nelle parole di Franco Zeffirelli: “Quando sento che mi prende la depressione, torno a Firenze a guardare la Cupola del Brunelleschi, se il genio dell’uomo è arrivato a tanto, allora anche io posso e devo provare a creare, agire, vivere”.

La Cupola, ritenuta il simbolo della città, è per me qualcosa di più: è un'emozione costante, una provocazione continua. Non è solo la sua bellezza ad affascinarmi ma soprattutto il significato: "lei" ti obbliga a metterti in gioco, ti sprona a fare sempre di più e a non dare mai niente per scontato. Quando Brunelleschi propose tale progetto, infatti, nessuno gli credette e si trovò solo contro tutti. Nonostante questo riuscì nel suo intento e la sua meravigliosa opera è visibile ancora oggi.

Il monito che il Brunelleschi ci ha lasciato con il suo capolavoro è quindi quello di "non mollare mai, crederci sempre e non rassegnarsi". L'artista accettò la sfida senza paura di fallire perché sapeva che la vergogna più grande non sarebbe stata ammettere di non farcela, bensì non averci provato. Ed io tutte le volte che percorro il ponte di Varlungo la cerco come un innamorato cerca la sua amata.



Il tamburo della Cupola (progettato da Baccio D'Agnolo) non è mai stato concluso perché finita la realizzazione del primo degli otto lati molti fiorentini si lamentarono, l'opera non piaceva neanche a Michelangelo Buonarroti che la definì "una gabbia per grilli", così si decise di sospendere i lavori che non furono mai ripresi.


Per il rivestimento esterno del Duomo sono stati scelti marmi verdi, bianchi e rossi in accordo con i colori delle tre Virtù teologali: Speranza (verde), Fede (bianco), Carità e Amore (rosso). Sempre all'esterno degni di nota sono due particolari che forse non tutti conoscono: l'Angelo dell'Apocalisse, situato nel portale destro della facciata, e una testa di bue appoggiata su un capitello nel lato sinistro del Duomo, all’altezza di Via Ricasoli.


L'Angelo dell'Apocalisse fa il così detto "gesto dell’ombrello". Una storiella racconta che alcuni Angeli si ritrovarono a pranzo in un bel ristorante fiorentino e al momento di pagare il conto iniziarono a fare scaricabarile tra di loro. L'ultimo della tavolata, non sapendo chi indicare, senza proferire parola mandò "sentitamente" tutti a quel paese. Adesso provate a sostituire gli Angeli con i fiorentini e il conto con la spesa per i lavori della facciata (1887)...beh potete immaginare la stessa identica conclusione!


Per quanto riguarda la presenza della testa di bovino ci sono due versioni: alcuni ritengono che i costruttori vollero fare un omaggio agli animali da traino utilizzati durante i lavori, altri fanno riferimento a una storiella più divertente e curiosa. Pare che durante la realizzazione del Duomo, un capomastro intrattenne una "relazione amorosa" con la moglie di un sarto che abitava in una casa di Via Ricasoli. Il sarto, una volta scoperto il tradimento, denunciò l’accaduto al tribunale ecclesiastico e il 'mastro venne condannato a interrompere la relazione con la donna. Così, per vendicarsi, il carpentiere scolpì una testa di bue rivolta verso le finestre della casa dell’uomo tradito, con l’intento di ricordargli ogni giorno la sua condizione di uomo cornuto”.


Quando passo in Piazza del Duomo e il mio sguardo si ferma sul bue e sull’angelo ribelle, penso che i fiorentini non hanno abbandonato la tipica ironia toscana nemmeno durante la costruzione della Cattedrale, rimanendo fedeli alla loro indole scherzosa e incline a non prendersi troppo sul serio.


Alcune notizie storiche:

Ricordiamo che i lavori per la costruzione della Cattedrale di Santa Maria del Fiore iniziarono nel 1296, la Cupola fu terminata nel 1471 e la facciata nel 1887. All'interno, tra le opere degne di nota, ricordiamo: il famoso ritratto di Dante con la Divina commedia e i due affreschi di monumenti equestri (Paolo Uccello, Monumento equestre di John Awkwood, 1436 e Andrea del Castagno, Monumento equestre di Antonio da Tolentino, 1456). Piccola curiosità: nonostante il livello di naturalismo, i cavalli nella realtà non si possono mai trovare in quella posizione perché non possono stare in piedi con le zampe dello stesso lato alzate.




“Erta sopra i cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti i popoli toscani”

L. B. Alberti


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