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Il Castello dei Conti Guidi (AR)

Aggiornato il: mag 19

Partenza: Arezzo

Distanza: 40'

Voto: 4/5


«All’epoca di quel maledetto sabato di San Barnaba del 1289, Dante non era ancora il Sommo Poeta: era un feditore di ventiquattro anni terrorizzato e insanguinato che, con «temenza molta», tirava spadate per sopravvivere, là nella piana di Campaldino.

La Battaglia di Campaldino (11 giugno 1289) vide schierato l'esercito ghibellino aretino contro l'esercito guelfo fiorentino, quest'ultimo ne uscì vincitore

Probabilmente stava sperimentando come tutto perda di importanza di fronte alla morte: i sonetti composti per le belle ragazze, i lazzi con l’amico Guido Cavalcanti e il mito della gloria nel combattimento che, da vicino, puzzava di sangue e di budella. Avrà pensato che se mai fosse riuscito a uscire vivo da quel massacro, quasi quasi si sarebbe dato alla politica o alla filosofia visto che lui con le parole ci sapeva fare, altro che la spada.


Chissà se ad un certo punto, alzando gli occhi al cielo, ha ammirato il castello dei Conti Guidi che dall’alto della collina di Poppi assisteva placido alla carneficina. Squadrato e solido come un seggio medievale, all’epoca era in costruzione quasi ultimata, su progetto di Arnolfo di Cambio (sì, esatto, l’architetto di Palazzo Vecchio, che in effetti sembra il cugino del castello di Poppi).


Mentre annaspava nel sangue, Dante non poteva sapere che di lì a ventun anni ci avrebbe abitato in quel castello, esule dalla sua amata Firenze per la quale in quel momento stava rischiando la vita. E non poteva sapere che nei diversi mesi di soggiorno tra quelle mura possenti, ospite del Conte Guido Simone da Battifolle, avrebbe portato avanti la scrittura dell’opera che lo avrebbe reso immortale: alla luce delle finestre che davano sulla piana di Campaldino, avrebbe composto il Canto XXXIII dell’Inferno, uno dei più amari e foschi, quello dell’Antenora dove, guarda caso, vengono puniti i traditori della patria.


Io quasi ce lo vedo, truce e un po’ ingobbito, che medita sulle terzine del conte Ugolino, mentre gli altri banchettano lieti nel coloratissimo Salone delle feste, o che prega nella cappella che di lì a vent’anni sarebbe stata affrescata da Taddeo Gaddi, il migliore allievo del suo amico Giotto. Forse un sorriso lo avrebbe accennato, vedendo che di lì a seicento anni, nella Biblioteca Rilliana, tra libri rarissimi e preziosi, avrebbe fatto bella mostra di sé una copia della sua Divina Commedia, illustrata da Gustave Doré. E peccato che si sia perso l’installazione, nella torre del castello, del primo prototipo di parafulmine in Italia, inventato da un tipo che gli sarebbe andato di sicuro a genio: Benjamin Franklin.»

Da circa mille anni domina, austero, la piana di Campaldino ed è considerato uno dei simboli del Casentino: è il Castello dei Conti Guidi, a Poppi.

Il castello dei Conti Guidi a Poppi (AR)

Una prima fortificazione in questo luogo è ascrivibile all’epoca dell’invasione longobarda quando tutta la valle del Casentino fu protagonista di un generale fenomeno di incastellamento (1).


Il primo documento scritto dove si menziona il castello è un privilegio del 1191 firmato dall'imperatore del Sacro Romano Impero Arrigo VI (o Enrico VI) di Svevia, figlio di Federico Barbarossa e della seconda moglie Beatrice di Borgogna, in cui si conferma Guido Guerra V conte di tutta la Toscana (2).

La storia del castello, infatti, è intimamente legata alla potente famiglia feudale dei conti Guidi, proprietari del maniero per circa 400 anni (XII-XV sec.).


Del ramo che esercitò potere nel Casentino si ricordano due fratelli: Simone I, Conte di Battifolle e Guido Novello, Conte di Modigliana - vissuti entrambi nella seconda metà del XIII e attivi protagonisti della vita politica della Repubblica Fiorentina.

Alla fine dell’ultima rampa di scale si trova la cariatide del conte Guido Simone da Battifolle. Sullo sfondo la Cappella affrescata da Taddeo Gaddi.

Per volere di Simone I presero avvio grandi interventi di ampliamento e ristrutturazione (1274) che trasformarono il fortilizio in una vera e propria residenza che ospitò, tra gli altri, anche Dante Alighieri (1310).


I lavori furono terminati dal figlio Guido e sono attribuiti in parte a Lapo di Cambio (guardando il castello frontalmente, la parte a destra della torre, quella con un unico ordine di bifore) e ad Arnolfo di Cambio (la parte a sinistra della torre, quella con il doppio ordine di bifore), quest'ultimo noto per essere stato il progettista di Palazzo Vecchio a Firenze (3).

L'architetto di Palazzo Vecchio (Firenze), Arnolfo di Cambio, è stato tra i progettisti del Castello dei Conti Guidi.

Esso fu proprietà della famiglia Guidi fino al 1440 quando, dopo la Battaglia di Anghiari, i fiorentini, usciti vittoriosi, assediarono il castello e costrinsero alla resa il conte Francesco Guidi, reo di essersi alleato con il nemico, il Duca di Milano.

Gli stemmi dei vicari fiorentini lungo la scala

Il fortilizio passò così alla Repubblica di Firenze che ne fece la sede del Vicariato del Casentino - tutt'oggi è possibile ammirare, dal cortile interno, la miriade di stemmi dei vicari fiorentini che si sono succeduti.


Seguì, nel 1470, un importante intervento di restauro: nel cortile interno venne edificata una splendida scala per accedere ai piani superiori dell’edificio e, all'esterno, venne scavato un fossato per separare il castello dalla piazza d'armi e venne edificata una cinta con un'antiporta (detta “della Munizione”) a difesa della Porta del Leone, divenuto l'ingresso principale.

Alcuni interni di particolare importanza sono, tra gli altri, la sala della Biblioteca Rilliana (una delle più ricche di tutta la Toscana per numero di manoscritti e incunaboli, cioè libri stampati tra il 1455 - anno di invenzione della stampa a caratteri mobili - e il 1500), la


Cappella con volte a crociera e affreschi di Taddeo Gaddi, allievo di Giotto, eseguiti nella prima metà del ‘300 e raffiguranti sei scene sacre (due dedicate a Giovanni Evangelista, due alla Vergine, due a Giovanni Battista) e il Salone delle Feste, detto oggi del Consiglio, dove è presente una terracotta di Benedetto Buglioni (secondo decennio del XVI sec.) raffigurante la Madonna della Cintola con i Santi.

Indirizzo: Piazza della Repubblica, 1, 52014 Poppi AR

Da visitare nella stessa giornata: Pieve a Socana

Parcheggio gratuito lungo la strada che porta al castello, più o meno all'altezza del Sacrario dei Caduti.


Fonti e ulteriori approfondimenti: Istituto Italiano Castelli (1, 2); Il Bel Casentino - Castello di Poppi (3); Il Bel Casentino - Dante; Castelli Toscani; Damien Wigny, Toscana 1 (Arezzo, Cortona, Casentino, Sansepolcro), Fonds Mercator, 2013


Tutte le foto, se non altrimenti specificato, sono state fatte da Fabiana e sono liberamente condivisibili. Per altre foto visita la nostra Galleria Fotografica

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