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  • Fabiana Peruzzi

Aceves - Lapidarium (AR)

Aggiornato il: mag 3

Dove: Arezzo

Quando: 16 giugno - 14 ottobre 2018 (Terminata)


Intervista a Roberto Barbetti, Direttore dell’Ufficio Cultura e Turismo del Comune di Arezzo, e pubblicata sul periodico "Il Bastione" (settembre 2018).

I lapidari sono quelle sezioni museali dove vengono raccolte le epigrafi, le pietre parlanti, e come un necrologio vanno intese le opere dell’artista messicano Gustavo Aceves, tra i più influenti del panorama contemporaneo. Prese tutte insieme, le sue creazioni, formano appunto un Lapidario.


Lapidarium è il riflesso delle tragedie del nostro tempo, un “work in progress” che ha preso avvio nel 2014 a Marina di Pietrasanta e che culminerà, passando per New York, Atene, Parigi e Pechino, nel 2021 a Città del Messico, città natale del maestro.


Un progetto internazionale e mondiale che dopo aver fatto tappa a Berlino (2015) e a Roma (2016) è arrivato ad Arezzo.


Un bellissimo regalo per la nostra città e una grandissima soddisfazione per tutte le persone coinvolte, in particolare per il Direttore dell’Ufficio Cultura e Turismo del Comune di Arezzo, il dott. Roberto Barbetti. In qualità di curatore della mostra di Arezzo “Lapidarium: dalla parte dei vinti”, Barbetti ci ha rilasciato questa preziosa intervista, un vademecum per orientarsi e comprenderla meglio.

Buongiorno! Come in tutte le imprese importanti, dietro la soddisfazione c’è tanto lavoro. Ci racconti dello sviluppo del progetto.

Lapidarium è stata una mostra molto impegnativa sia nel concept che nell’allestimento. Il fine era quello di far rivivere la parte alta della città, l’acropoli, instaurando un rapporto tra le opere e le architetture. La monumentalità delle sue creazioni ci ha permesso di lavorare in scala urbana su due punti prospettici qualificanti: il Duomo e San Francesco. Abbiamo cercato di instaurare un confronto tra le installazioni e i due edifici: a San Francesco abbiamo voluto un’opera che dialogasse in maniera lineare con la chiesa - la ghisa e il basalto turco del cavallo riportano i toni del rosso e dell’ocra che si ritrovano, in facciata, per l’effetto di ossidazione della pietra – mentre in Duomo abbiamo cercato un contrasto più netto tra il bronzo e l’arenaria.


Dagli esterni passiamo agli interni, ci parli di Sant’Ignazio dove troviamo l’opera ‘Origini’.

Ci tengo a precisare che è la prima volta che l’artista muove questa installazione dal suo studio, quindi è la prima volta che la si vede composta secondo gli intendimenti del maestro. ‘Origini’ rappresenta una trasposizione in termini attuali di quelli che sono i percorsi migratori compiuti dall’uomo nella storia. Partendo dalla parte finale si vedono i cavalli che piano piano emergono dal limo, procedendo verso l’ingresso i cavalli si innalzano e iniziano a comparire anche i primi segni della civiltà, ovvero le colonne e i capitelli. Le conquiste culturali però non si intersecano in modo compiuto con questi animali, ma li spezzano, li lacerano. Aceves, infatti, non interpreta in modo positivo il benessere sociale perché è convinto che la crescita di un popolo equivale allo sfruttamento di un altro. Oltre che in senso longitudinale, l’opera si legge anche in maniera orizzontale: a sinistra i cavalli dalla superficie liscia rappresentano l’occidente – perché si rifanno ai modelli classici della Quadriga Domini, del Marco Aurelio e delle statue equestri rinascimentali dove i canoni della geometria e della linearità erano perseguiti; a destra, invece, i cavalli hanno una superficie più elaborata e questi rappresentano le civiltà orientali (asiatiche e africane) dove l’aspetto decorativo è preponderante.

Molti cavalli sono sovrastati da figure umane, cosa rappresentano?

Queste figure, mutuate dai totem africani, rappresentano sia gli esuli che gli idoli. L’idolo nella cultura occidentale è il pregiudizio, il falso parere. Il cavallo, veicolo di idee e di valori autentici, viene sovrastato e squarciato dal pregiudizio. L’idolo blocca lo sviluppo sociale, creando una spaccatura nel dialogo interculturale.


Il tutto culmina con lo scheletro di cavallo.

Esattamente. Oltre che un memento mori, esso rappresenta l’azzeramento dei valori autentici. Per Aceves, la storia insegna che viviamo in un mondo dove la pace non sarà possibile, dove la positività non potrà trionfare perché il bene di una società si ottiene sempre a discapito di un’altra. La nostra è un realtà senza speranza ed è significativo aver posizionato quest’opera laddove vi era un altare, luogo da cui si propagavano proprio i valori della fede e della speranza.

Cosa ci può dire delle opere esposte nella Fortezza Medicea?

Nella Fortezza c’è l’esaltazione della potenza di Aceves, visibile fin da subito in quella che chiamiamo “la cavalcata dei cavalli”. Sono tutti cavalli emaciati, che portano i segni evidenti e tragici delle migrazioni. Di questi ce n’è uno solo, l’ultimo (o il primo per chi entra) che esce dal tunnel. Può essere un segno di vittoria o di speranza, sta di fatto che quando il caos si disperde ne rimane solo uno. La mostra termina con due grandi teste di cavallo che simboleggiano il dialogo interculturale tra i popoli. Come in Sant’Ignazio, le differenti tessiture scultoree riflettono la cultura occidentale (testa liscia) e la cultura orientale (testa intarsia). Il rapporto è precario, gli assi sono volutamente disallineati.

Quindi i cavalli, oltre alle idee e ai valori autentici, i cosa rappresentano?

I cavalli, che rimandano anche al mito omerico di Troia, simboleggiano: il moto, il viaggio, la migrazione. Il cavallo è stato il primo mezzo di trasporto ma anche il mezzo militare che ha consentito la conquista del mondo antico. Le conquiste hanno portato alla civiltà, ma la civiltà ha un prezzo perché conquistare implica soggiogare.


Quindi “dalla parte dei vinti” significa “dalla parte degli esuli”?

Sì, ma anche gli aretini. Mi spiego meglio: Arezzo ha un simbolo araldico che è il cavallo, la sua manifestazione più importante è legata ai cavalli ma, se ci pensiamo, non ha mai avuto un monumento equestre. Come mai? Arezzo è stata succube di una storia che non ha reso possibile l’espressione della sua fierezza. Gli esuli sono i figli dei paesi conquistati, quindi, in questo caso, anche gli aretini vinti che non hanno mai potuto affermare la loro dignità. Con questa mostra, vogliamo donare ad Arezzo i monumenti equestri che non ha mai avuto, con l’augurio di risvegliare quella fierezza che negli anni si è assopita. Se Arezzo vuole diventare una città d’arte deve prendere coscienza di quello che è, ricordiamoci che la migliore pubblicità e promozione di una città la fanno i cittadini stessi.


Tutte le foto, se non altrimenti specificato, sono state fatte da Fabiana e sono liberamente condivisibili. Per altre foto visita la nostra Galleria Fotografica

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